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law, technology and cinema, washed down with wine

C’era una volta lo spettatore…

C’era una volta lo spettatore…

di Andrea Calderaro, Alan Toner

…così lo spirito che si forma, matura lento e placido verso la nuova figura

dissolve brano a brano l’edificio del suo mondo precedente; lo sgretolamento
che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatualità e
la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di
un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia.
Questo lento sbocconcellarsi che non alterava il profilo dell’intiero, viene
interrotto dall’apparizione che, come un lampo, d’un colpo, mette innanzi la
piena struttura del nuovo mondo. (Hegel, Fenomenologia dello Spirito)

Da Audience a produAttori

Fino a oggi il sociale è stato relegato a un ruolo di sola fruizione
del contenuto mediatico. È stato, per usare un linguaggio televisivo,
esclusivamente “audience”: un valore numerico indice del bacino di
ascolto del messaggio trasmesso. Parametro che ha l’immediata funzione
di assegnare un valore di mercato al contenuto televisivo, dato che è
proprio in base a esso che vengono calcolati i prezzi che le aziende devono
pagare per inserire un proprio spot pubblicitario nel frame comunicativo
a cui è riferito tale indice. Fino ad ora è stato questo l’unico
coinvolgimento dei soggetti media-passivi inseriti nelle dinamiche
comunicative, quello di quantificare tale parametro. In questo percorso
è evidente che si prescinde dal reale valore qualitativo del contenuto del
messaggio televisivo trasmesso. L’audience non riesce evidentemente a
rilevare la qualità del programma, ed è quindi discutibile che venga considerato
come “indice di gradimento” del prodotto mediatico a cui il
sociale è sottoposto quotidianamente. In questo scenario lo spettatore è
soltanto un valore numerico, utile soltanto al mercato pubblicitario,
senza quindi che un suo reale apprezzamento del contenuto venga seriamente
preso in considerazione.

La sfera pubblica deve sottrarsi alla poca considerazione di cui tutt’ora
gode avviando dinamiche comunicative tutte nuove, alcune già consolidate,
altre ancora tutte da sperimentare. La grande diffusione di nuove
tecnologie a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio e la facilità al loro
accesso, hanno fornito al “pubblico” la grande opportunità di trasformarsi
anche in produttore. Si sono create le condizioni per cui è possibile
inserirsi da media-attori nei flussi mediatici.

Questo ha stimolato la nascita di inediti percorsi comunicativi, ha
dato vita a una produzione di ulteriori facilitazioni tecnologiche, permettendo
di inserire nello scenario mediatico contenuti originali, frutto di
nuovi stimoli espressivi che lo spettatore fino ad ora aveva inibito. Si è
avviato più semplicemente una sorta di rimbalzo comunicativo, una reale
risposta spontanea del sociale che, stanco dei ristretti spazi in cui era
costretto, facilitato dai mezzi tecnologici a cui oggi può accedere, si è
introdotto nella sfera mediatica non limitandosi più ad assistere ma contribuendovi
assumendo funzioni media-attive.

Reticolarizzarsi e i suoi effeti

Numerose e interessanti sono le esperienze a conferma di tali nuove
dinamiche sociali, che tuttavia presentano degli elementi comuni. Per il
loro efficiente funzionamento è la Rete che funge da rilevante punto di
riferimento. Essa permette non solo di integrare in sé molteplici linguaggi
comunicativi – audio, video, foto e testuale – ma soprattutto permette
una maggiore facilità di connessione del sociale. Ciò dà vita da una parte
a una migliore coordinazione, confronto e messa in comune tra le soggettività
in rete, le quali alimentano la produzione di innovazioni e riflessioni,
mentre dall’altra è supporto validissimo per la distribuzione di
contenuti informativi, accessibili così a una comunità sempre più ampia.
Elementi che, impiegati nella loro complementarietà, danno la possibilità
di ottenere risultati sempre più interessanti.

Ne è esempio l’esistenza di molteplici progetti inerenti, per esempio,
lo sviluppo di codec di compressione video come il Vp3 (www.vp3.com):
frutto di un lavoro di cooperazione e di intrecci di competenze fra i soggetti
interessati a lavorare a un percorso scandito da continui ulteriori
migliorie, la cui conclusione è difficile da determinare. Un lavoro che si
continua a sviluppare secondo l’etica del Copyleft, del FreeSoftware e
dell’OpenSource all’interno del più ampio GnuProject (www.gnu.org). I
buoni risultati ottenuti permettono a loro volta di comprimere documenti
video in formati sempre più ridotti senza condizionarne la qualità,
rendendoli così più versatili alle velocità di connessioni, trovando infine
nella rete un ottimo canale di distribuzione come, per citare un ulteriore
esempio, NewGlobalVision (www.ngvision.org). NGV è un sito di raccolta
e distribuzione di materiali video. Contribuire a tale archivio risulta
semplice con classici sistemi di uploading, e altrettanto immediate sono
la ricerca e il download del materiale diviso per categorie tematiche.

Da P2P a V2V

La rete d’altra parte non è da considerare nella sola veste di web, ma
è più interessante comprenderla nella sua essenza tecnologica, nella sua
capacità di connettere anche grazie a quel vasto numero di applicativi che
aiutano una maggiore distribuzione decentralizzata di contenuti informativi,
per esempio tramite supporti come quelli Peer To Peer che facilitano
quella condivisione tanto ambita.

V2V (www.v2v.cc) è in proposito un’esperienza fondamentale di
condivisione di materiali video, in questo caso compressi esclusivamente
in VP3. V2V è parte di una più ampia infrastruttura di comunicazione
autonoma. Insieme ai più canonici sistemi di connessione e alla trasmissione
terrestre a bassa potenza, un tale sistema fornisce un mezzo di
comunicazione fondamentale che può prescindere dalle politiche di
accesso che lo stato intraprende.

Un altro tipo di esperienza frutto sempre di tali trasformazioni dello
scenario mediatico è sicuramente il circuito delle telestreet (www.telestreet.
it). Largamente diffuse sono oramai le informazioni riguardo la facilità
di costruzione di un’emittente televisiva a costi decisamente bassi e
altrettanto numerose sono le esperienze avviate sul territorio. Le televisioni
di strada nascono provocatoriamente proprio per rifiutare quell’inconsistente
presunto indice di “qualità televisiva”, definito audience, cui si
accennava prima. Le “televisioni di quartiere” nascono proprio per spostare
lo spettatore dalla consueta e oramai obsoleta posizione frontale a
una partecipativa, coinvolgendolo quindi in dinamiche non più di esclusivo
consumo ma piuttosto di produzione del contenuto stesso.

Nonostante le telestreet risultino essere un’esperienza “televisiva”,
rimane fondamentale per l’efficienza del progetto la coordinazione tra le
singole realtà diffuse sul territorio, che avviene sempre secondo dinamiche
reticolare. Non solo con l’uso degli strumenti già discussi, ma anche
per la loro stessa organizzazione che rispecchia, dato che è simile in tutte
le sue caratteristiche, la morfologia della rete. Le telestreet sono quindi
una materializzazione nelle dinamiche sociali delle dinamiche reticolari.

La sostenibilità, la classe dei produttenti e i limiti del “semplice accesso”

Tutte le infrastruttura indipendenti sono emerse nonostante le politiche
sui media intraprese dallo Stato. La concorrenza del mercato, ovvero
i produttori di personal computer e le società di telecomunicazione che
hanno venduto l’hardware e la banda larga in surplus, ha invece fornito la
base materiale.

Tale potenziale permette anche di valutare le recenti proposte tese a
diminuire la concentrazione dei media e nello specifico, l’autorizzazione
legale della televisione pirata come “accesso comunitario”. Iniziative in
questa direzione sono state proposte in Germania, Olanda, Danimarca e
in Svezia sin dagli anni Ottanta attraverso il finanziamento di “canali
aperti”, in genere sostenuti da una percentuale sul canone (1% in
Germania) o da una fondo costante (5 milioni di euro in Olanda).
Nonostante negli Stati Uniti vi siano quasi 2000 canali di questo tipo,
finanziati da contratti via cavo locali, ciò non attenua l’impoverimento
della sfera pubblica. Infatti, simili iniziative sono relegate a un ruolo marginale
da limiti finanziari e in particolare dalla mancanza di fondi per
pagare persone che lavorino a tempo pieno nella produzione di program-
mi, soprattutto di quelli che non riproducono il prevedibile formato del
media-attivismo, che spesso è un sottoprodotto di altre attività e dà una
minore visibilità rispetto ai mezzi di comunicazione dotati di budget che
permettono ingenti investimenti in promozione, marketing ecc.

Focalizzare l’attenzione sul “puro accesso” rischia di rappresentare,
per il dibattito sui media, ciò che il problema del digital divide rappresenta
per quello sullo sviluppo: il feticismo del mezzo a spese del contesto
sociale e materiale.

I media autonomi soffrono di una cronica insostenibilità finanziaria,
che si traduce in rapida crescita che subito soffocata dalla mancanza
di risorse. A questo punto, di solito si verifica una delle seguenti possibilità:
o i media si professionalizzano, adattandosi alla logica del mercato
(Libération, Tageszeitung, The Village Voice), oppure accettano di dipendere
dal sostegno istituzionale (attraverso fondazioni culturali o program-
mi finanziati dall’Unione Europea) con le necessarie conseguenze sul
piano del contenuto politico, o semplicemente scompaiono. Il moderno
lavoratore della cultura rappresenta una figura tipica del lavoro precario:
dotato di molteplici competenze, mobile, con contratti a termine o di
lavoro autonomo. In modo analogo, gli stessi media indipendenti sono
precari, effimeri e basati su lavoro volontario (auto-sfruttamento o necessaria
virtù?) e piccole somme di capitale fisso prese in prestito o raccolte
grazie al contributo collettivo. Perciò, i media e i lavoratori della comunicazione devono sostenere due esigenze materiali sfavorevoli: il bisogno di garantirsi l’auto-riproduzione personale e il denaro necessario a permettere
la sopravvivenza dei progetti.

Guardare la televisione è un lavoro!

La pubblicità non è solo un accessorio del mondo dell’intrattenimento,
della televisione e della celebrità: essa riveste un ruolo determinante
nel finanziamento della produzione culturale e conta per il 50% dei
ricavi della RAI (circa 2,2 miliardi di euro). Mediaset è semplicemente
una società pubblicitaria che utilizza stazioni televisive a questo scopo

(2.4 miliardi di euro nel 2002). L’accesso all’attenzione degli spettatori e
la possibilità di influenzare il consumo è la merce valorizzata e scambiata
in questo mercato. La legislazione serve a mantenere una scarsità artificiale
nello spettro delle frequenze, proteggendo così il mercato della pubblicità.
In più, dobbiamo pagare tale imposizione nella forma di un
canone televisivo: l’abbonamento.

Inizialmente, il canone è stato difeso come un mezzo per finanziare
la produzione audiovisiva senza l’intrusione continua della pubblicità.
Questo era il modello reithiano della BBC, esaltato da chi vedeva nella
televisione uno strumento di educazione, contrariamente all’uso americano
secondo cui i ricavi pubblicitari determinavano i contenuti. In Italia,
il canone esiste dal 1954 e costa attualmente circa 100 euro a 20 milioni
di famiglie, per un totale di 2 miliardi di euro. La sottoscrizione, in realtà
non volontaria e indipendente dalla reale utenza della produzione RAI,
non impedisce la presenza pubblicitaria: gli utenti vengono tassati per il
possesso di un televisore e per aver venduto la loro attenzione ai mercanti
dei desideri del consumatore.

Reclaim the media, canone per tutti!

La distinzione tra i “professionisti” che producono i programmi e gli
utenti “passivi” che consumano pubblicità per riprodurre il sistema è infondata. La nostra società è permeata da reti di comunicazione, l’infrastruttura
mediatica è diffusa, la produzione digitale facilmente condivisa,
modificata, distribuita o trasmessa e i costi di coordinazione ridotti; la TV
non è più ristretta agli specialisti. Le sole barriere a tale decentralizzazione
sono le regole legali e i mezzi di cui si nutre il produttore di media.

Rifiutiamo di pagare il canone e rivendichiamo un’allocazione diretta
da parte degli utenti verso produttori di cultura che realizzano progetti,
situazioni e saperi piacevoli o utili. Invece di un apparato di
informazione centralizzato, sviluppiamo una produzione diffusa e variegata,
che possa essere assemblata secondo le tematiche o la sensibilità di
editori indipendenti. La forma produttiva, individuale, collettiva o for-
male, può rimanere aperta in modo da riflettere la natura multiforme
della creatività e dell’insoddisfazione sociale diffusa.

I suoi potenziali destinatari potrebbero essere i giornalisti di inchiesta,
artisti, film-makers, punk sedicenni, editori di fanzine, programma-
tori informatici, stampatori artigianali, disegnatori di manifesti, ballerini
e clown di ogni tipo, compagnie di teatro locali, presentatori radiofonici
del mattino, mezzi di informazione locali e nazionali ecc.

RAI e Mediaset possono competere per la pubblicità. L’affermazione
secondo cui la RAI funzionerebbe da osservatorio indipendente e da produttore
di programmazione non-commerciale è un inganno. In realtà,
come tutti sanno, la nozione di imparzialità nella RAI si fonda sul controllo
delle trasmissioni a opera di mafie politiche diverse.

La grave situazione di “Berlusconia” non deve portarci a soccombere
al progetto di restaurazione intrapreso dall’“opposizione”: il ritorno al
consueto clientelismo e alla lottizzazione.
“Libera” produzione e reddito universale

Lo scopo dovrebbe essere la realizzazione di condizioni sociali che
permettano il libero esercizio della creatività: gli strumenti, la conoscenza,
il salario. La lotta per un reddito garantito affronta tali problemi, che
non riguardano solo il lavoro culturale, e crea lo spazio per un riconoscimento
collettivo. Reindirizzare il canone potrebbe essere in qualche modo
corporativo, ma è immediatamente realizzabile. Crea inoltre le premesse
per una sfera della comunicazione indipendente capace di sfidare la corruzione
endemica, di diffondere le lotte e di articolare il linguaggio e l’immaginario
in favore di nuove relazioni sociali. Se è dalla sua
auto-organizazione che la classe “prod-utente” crea le condizione tecniche
e mette in comune i saperi necessari, sarà solo a livello dello scontro politico
per controllare i frutti della sua cooperazione, valorizzato come ricchezza,
che può diffondersi come zeitgeist all’altezza del nostro tempo.

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